Memore - anno 5 - numero 3
Nec spe nec metu
Quando Isabella d'Este, andata sedicenne in sposa a Francesco II Gonzaga, divenne marchesa di Mantova, il Mantegna aveva già affrescato la Stanza degli sposi del Palazzo ducale. Le pareti, con le scene della famiglia Gonzaga riunita, ove compariva la figura ancora infante di suo marito Francesco, lasciavano traspirare la monumentalità e la drammaticità umana, indice di quella renovatio quattrocentesca che poneva l'uomo come «misura di tutte le cose». Dama di grande cultura e carisma, Isabella si circondò di una corte d'ineguagliabile splendore, una tra le più acculturate d'Europa. Ospitò artisti, scrittori, pensatori e musici, tra i quali Raffaello, Ludovico Ariosto mentre scriveva l'Orlando furioso o il compositore Bartolomeo Tromboncino. Isabella fu ritratta da innumerevoli artisti: Tiziano ne fece due dipinti e Leonardo uno schizzo preparatorio senza riuscire a trasporlo in pittura. L'abilità politica della primadonna del Rinascimento s'intrecciò con la ricerca di una bellezza che desse un afflato di eternità alla condizione terrena. Seguì un elegante ordine razionale attraverso il decoro aristocratico avvolto di grazia, sul modello di comportamento allora in voga tracciato da Baldassarre Castiglione ne Il Cortegiano. Il perfetto uomo di corte e la dama di palazzo dovevano essere nobili, vigorosi, musici, amanti delle arti figurative, capaci di comporre versi e arguti nella conversazione. Così, nulla era lasciato al caso. La marchesa mantovana preparava con minuzia di dettaglio ogni incontro, ogni ricevimento. La scelta dell'abito, dei tessuti e delle fogge, la fattura dei gioielli da indossare, le acconciature, le tavole da imbandire, le sale e le scranne da disporre: tutto doveva esprimere in ogni momento la condizione sociale e di potere che il diritto di stirpe le conferiva (per una biografia romanzata di Isabella d'Este, si veda Rinascimento privato di Maria Bellonci, premio Strega 1986).
Opulenza, ostentazione, fasto e spreco, diremmo noi oggi. Nulla di più lontano dallo stile di vita odierno, generalmente di basso profilo anche da parte di chi problemi finanziari non ne ha. Il lusso sembra aborrito a favore di ciò che è essenziale e modesto. E allora tutti in abiti casual, jeans sfilacciati, maglie sformate e infradito. Per coloro che hanno abbandonato le marche di grido per abbracciare una certa filosofia di «povertà», i sociologi parlano però di «sottoconsumo ostentato», una definizione dall'accezione negativa. Di fatti, questo comportamento pare sia comunque e sempre un modo per distinguersi perché nulla intimorisce di più il benestante di essere scambiato per povero (a questo proposito si veda l'articolo La sobrietà ritrovata, di Raffaella Brignoni apparso su «Azione» il 22 agosto 2011).
Tant'è. L'abolizione di eccessi e sprechi favorisce d'altronde la ricerca della qualità e l'insorgere di una sensibilità diversa, votata maggiormente alla sostenibilità. Una consapevolezza che avanza audace attraverso gli ambiti wellness, slow, natura, bio. Genuino, fresco, lento, locale, peculiare sono parole d'ordine che cominciamo a masticare con gusto. E si vanno a riscoprire i sapori vividi della terra, a lungo soppiantati da anonimi cibi sottovuoto o surgelati reperibili ovunque attraverso le grandi catene di distribuzione alimentare.
Agricoltori, allevatori e alpigiani del Mendrisiotto piegano la schiena da mane a sera per cogliere i frutti di una terra che amano. Di questo lavoro ne godiamo tutti: i prati falciati, i campi arati, i boschi tagliati e le vigne rigogliose sono una letizia all'occhio di chi vive un territorio soffocato dal traffico. Da qui la necessità di dare un sostegno concreto a chi opera per la causa locale e ambientale. Ma come? Portando in tavola i prodotti locali? Acquistando nei negozi del nucleo e lasciando l'auto in garage? Mandando i nostri figli a scuola a piedi o in bicicletta? Dotandoci di elettrodomestici con l'etichetta A+++? Ammodernando il riscaldamento o l'isolamento della casa per consumare meno energia? E poi questo basta per contribuire a un'economia più sostenibile? Il processo è lungo e articolato, ma affrontarlo è già qualcosa. Come amava dire la nostra marchesana Isabella dal sangue blu: «nec spe nec metu», né con speranza né con timore. Semplicemente con consapevolezza e determinazione.
